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ITALIA: RISIERA DI SAN SABA
L'insieme di edifici dello stabilimento per la pilatura del riso, venne costruito nel 1913 nel quartiere periferico di San Sabba a Trieste. Gli edifici non più adibiti ad uso industriale, vennero requisiti ed utilizzati dai
nazisti come campo di prigionia provvisorio per militari italiani catturati dopo
il 18 settembre 1943 con il nome di Stalag 339. Verso la fine di ottobre del 1943, esso venne strutturato come Polizeihaftlager (letteralmente campo di detenzione di polizia), destinato allo smistamento dei deportati in Germania ed in Polonia, sia pure
come deposito e smistamento di beni razziati, nonché in seguito per la detenzione ed eliminazione di partigiani, detenuti politici ed ebrei.
Subito dopo l'ingresso della Risiera, in una specie di sottopassaggio, si affaccia la prima stanza posta a sinistra di chi entra chiamata "cella della morte", dove
venivano ammucchiati i prigionieri, che giungevano dalle carceri o catturati in rastrellamenti a Trieste, in Veneto ed in Slovenia e destinati ad essere eliminati nel giro di poche ore.
Secondo testimonianze di sopravvissuti, spesso i prigionieri venivano a trovarsi in quelle celle assieme a cadaveri destinati alla cremazione.
Al pianterreno dell'edificio si trovavano i laboratori di sartoria e calzoleria
dove venivano impiegati i prigionieri. Sempre nello stesso plesso erano ospitate le camerate per gli ufficiali e i militari delle SS ma anche le diciassette minuscole celle, in ognuna delle quali venivano stipati fino a sei prigionieri; partigiani, politici, ebrei, aspettavano per giorni, talvolta per settimane,
il compiersi del loro destino. Nelle prime due celle venivano torturati i prigionieri e spogliati di ogni loro avere, qui sono stati rinvenuti migliaia di documenti d'identità sequestrati ai detenuti,
ai deportati, ma anche ai lavoratori inviati al lavoro coatto (questi documenti, prelevati dalle truppe jugoslave che per prime entrarono nella Risiera furono trasferiti a Lubiana, dove sono attualmente conservati presso l'Archivio della Repubblica di Slovenia).
Le porte e le pareti delle celle erano ricoperte di graffiti e scritte andate perdute,
ne restano a testimonianza i diari dello studioso e collezionista Diego de Henriquez, (attualmente appartenenti alle Collezioni de Henriquez), che ne fece un'accurata trascrizione.
In un altro edificio a quattro piani venivano rinchiusi in camerate, gli ebrei e i prigionieri civili e militari, anche donne e bambini, destinati alla deportazione in Germania nei campi di Dachau, Auschwitz, Mauthausen, verso un tragico destino che pochi hanno potuto evitare.
Nel cortile interno della Risiera, sull'area oggi contrassegnata da una piastra metallica, sorgeva l'edificio destinato alle eliminazioni, la cui sagoma è ancora visibile sul fabbricato centrale. All'interno di questo edificio vi era il forno crematorio. L'impianto era interrato, vi si accedeva attraverso una scala metallica ed un canale sotterraneo, il cui percorso è oggi pure segnato dalla piastra d'acciaio e univa il forno vero e proprio alla ciminiera.
Sull'impronta metallica della ciminiera sorge oggi una scultura costituita da tre profilati metallici che simboleggiano la spirale di fumo che usciva dal camino. I nazisti, dopo essersi serviti, fino al marzo 1944, dell'impianto del preesistente essiccatoio, lo trasformarono in forno crematorio secondo il progetto di Erwin Lambert, un vero "esperto" nella costruzione di forni crematori. La risiera così fu in grado di incenerire un numero maggiore di cadaveri. Questa nuova struttura venne collaudata il 4 aprile 1944, con la cremazione di settanta cadaveri di ostaggi fucilati il giorno prima nel poligono di tiro di Opicina.
Nella notte fra il 29 ed il 30 aprile dopo oltre un anno di utilizzo intensivo, l'edificio del forno crematorio e la ciminiera vennero fatti saltare con la dinamite dai nazisti in fuga per eliminare le prove dei loro crimini, secondo una prassi seguita in altri campi al momento del loro abbandono. Tra le macerie del forno furono rinvenute ossa e ceneri umane raccolte in sacchi per il cemento, fu inoltre rinvenuta una mazza di ferro, utilizzata per uccidere i prigionieri.
Venivano usati diversi tipi di esecuzione, le ipotesi sono varie e probabilmente tutte fondate: strangolamento, gassazione in automezzi appositamente attrezzati, colpo di mazza alla nuca o fucilazione. Non sempre il prigioniero moriva subito, percui il forno ingoiò anche persone ancora vive, le cui grida venivano coperte dal fragore di motori, o da musiche.
Il fabbricato di sei piani, ora occupato dal Museo, fungeva da caserma con alloggi per i militari germanici, per quelli ucraini e per le milizie italiane. L'edificio serviva da autorimessa per i mezzi delle SS
dove stazionavano anche i furgoni delle SS con lo scarico collegato all'interno mediante un tubo rimovibile
e usati per la gassazione delle vittime.
All'esterno, in un piccolo edificio, vi era il corpo di guardia e l'abitazione del comandante. A destra, esisteva un altro edificio a tre piani, con uffici, alloggi per sottufficiali e per le donne ucraine. Secondo calcoli effettuati sulla scorta delle testimonianze, il numero delle vittime cremate in Risiera è oscillante tra le tre e le cinquemila persone. Ma un numero ben maggiore di prigionieri sono passati dalla Risiera e smistati nei lager o al lavoro obbligatorio. Gente di nazionalità, credo religioso e politico diverso furono accomunati da un destino crudele, bruciarono nella Risiera o vennero deportati per un viaggio quasi sempre senza ritorno
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