Ebrei in Italia nei primi anni del Fascismo
Il fascismo, fino dal suo avvento, vide molti ebrei all’opposizione e tra questi alcuni professori universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al Regime, su 12 di questi 3 erano ebrei (Giorgio Errera, Giorgio Levi della Vida e Vito Volterra); il presidente della Corte Suprema Ludovico Mortara si dimise; il senatore Vittorio Polacco tenne un coraggioso discorso che ebbe vasta risonanza nel paese e fra gli oppositori si posero anche i socialisti Treves e Modigliani. Verrà in seguito rimproverato agli ebrei, durante la campagna razziale, di essere antifascisti ignorando quelli che sostennero il regime come ad esempio quel gruppo di industriali lombardi che per paura del comunismo sostennero Mussolini.

La Legge Falco
Dopo il Concordato col Vaticano (Patti Lateranensi) del 1929, l’anno seguente Mussolini fa elaborare la Legge Falco sulle Comunità israelitiche italiane. In seguito a questa legge le piccole Comunità vengono assorbite dalle grandi, che assumono il compito di custodirne il patrimonio storico e artistico. In tal modo diverse Comunità dei piccoli centri, ormai molto assottigliate in seguito al costante esodo degli ebrei verso le grandi città, nel 1930 hanno cessato di esistere autonomamente.

La Legge Falco fu utile per due ragioni:

  1. siccome l’iscrizione alle Comunità rimase obbligatoria, condizionata alla residenza e non alla città di origine, gli ebrei non poterono più uscire dalla Comunità e poi rientrarvi secondo gli interessi del momento, com’era possibile finché vigeva la Legge Rattazzi, che concedeva piena autonomia alle Comunità, e ammetteva libertà d’iscrizione (Urbano Rattazzi fu Ministro degli Interni del Regno Sardo nel 1857, e la sua legge sulle Comunità israelitiche rimase in vigore in molte parti d’Italia fino al 1930);
  2. la seconda ragione fu per la tutela del patrimonio artistico delle piccole Comunità preservandolo dalle spogliazioni, purtroppo frequenti negli ultimi anni, quando preziosi documenti e oggetti storici venivano venduti all’estero, arricchendo in tal modo collezioni e biblioteche straniere.

In effetti tramite la legge Falco il fascismo, volle assicurarsi un controllo sulle comunità: Mussolini, dichiara apertamente allo scrittore Emil Ludwig che in Italia un problema ebraico non esiste e rassicura al riguardo il rabbino di Roma Sacerdoti. Essendo il rabbino di Alessandria d’Egitto un italiano si ritenne che l’influenza italiana nel Levante potesse affermarsi; venne aperto un Collegio rabbinico a Rodi che ospitò una schiera molto esigua di studenti, tale da non giustificare la fondazione di un nuovo Collegio; i consoli italiani fecero opera di persuasione perché gli ebrei italiani all’estero non rinunciassero alla cittadinanza, anzi si facilitò l'iscrizione alle Università italiane di quegli studenti stranieri che provenivano da paesi dove vigeva il "numerus clausus".
Persino dopo l’avvento di Hitler al potere, i profughi dalla Germania vennero accolti e il loro insediamento non fu ostacolato dalle Autorità.
Infatti in un primo tempo a seguito delle persecuzioni naziste in Germania il Ministero degli Esteri diede il permesso a tutti gli ebrei, che lo desiderassero, di venire ad abitare in Italia, a patto che non si trattasse di persone che avessero partecipato ad attivita' antifasciste. Venne data assistenza ai poveri, mentre per i ricchi si crearono facilitazioni fiscali per il trasferimento dei soldi nelle banche italiane. Nel 1938 erano gia' presenti in Italia più di quattromila ebrei in maggioranza tedeschi ed austriaci stanziati per la maggior parte nelle citta' di: Bolzano, Milano, Roma, Fiume e Genova.

Il cambiamento dell'Italia nel 1938
Il cambiamento avvenne col decreto del 7 settembre del 1938, con il quale il governo iniziò la politica antiebraica, decretando l'espulsione degli ebrei con permesso di soggiorno rilasciato dopo il 1919 dai regni italiani. Nonostante tale decreto il flusso immigratorio si interuppe solo nel 1940 con l'entrata in guerra dell'Italia alleata con la Germania. Il Ministero non potendo estradare tutte queste persone, perche' già espulse dai loro paesi d'origine, entrati in guerra (gli ebrei ,anche se con permesso di soggiorno, erano considerati cittadini di paesi in guerra con l'Italia e pericolosi per la sicurezza del paese), scelse di internarli in appositi luoghi che potevano essere o comuni di internamento o campi di concentramento. Il ministero gia' dal 1939 diede l'incarico ad autorita' periferiche circa i provvedimenti da adottare. I campi di concentramento vennero progettati nell'Italia meridionale dove il Ministero aveva gia' rinchiuso in precedenza i facenti parte a partiti antifascisti. Alla fine di maggio 1940 erano già pronti più di 4700 posti nei campi di concentramento.
L'unico vero campo di concentramento, munito anche di cinta di filo spinato, fu costruito a Ferramonti in provincia di Tarsia in Calabria, nonostante l'apparenza di lager come quelli nazisti, il campo di Ferramonti si trasformò in una vera e propria cittadina munita di scuole, sinagoghe, libreria, asili, circoli culturali, filatelici e addirittura un parlamento interno che aveva il compito di tenere i contatti con la direzione e far risolvere i problemi degli internati.
La guerra d’Etiopia (1935-36) mise il Governo italiano in contatto coi 30 mila Falascia che vivevano in Abissinia. Di questo nucleo di negri professante la religione ebraica, ma vissuto per secoli in assoluto isolamento, si era occupata fin dal 1908 l’
Alliance Israelite Universelle, che aveva inviato in Abissinia una spedizione, che si era servita soprattutto della documentazione fornita (1904-05) dal prof. Faitlovich. Il Governo italiano, ritenne opportuno favorire questo gruppo, dopo che i capi Falascia giurarono fedeltà, mettendolo in relazione con gli Ebrei d’Italia.
Ma molti ebrei non si lasciarono convincere dalla Politica illusoria del Governo fascista rimanendo nemici dichiarati del Regime: nel 1934 a Torino un gruppo di giovani ebrei verranno arrestati perché sorpresi a introdurre clandestinamente dall’estero materiale propagandistico antifascista. Questo fatto dà occasione a molti giornali di sfogare il loro livore antisemita; nella stessa Torino viene fondato il giornale "La nostra bandiera", esponente dei buoni "cittadini italiani di religione israelitica" , devoti al Regime. Infatti molti ebrei continuarono a tenere un contegno degno delle più nobili tradizioni risorgimentali; fra questi i fratelli Nello e Carlo Rosselli - discendenti da Pellegrino Rosselli e Jeannette Nathan Rosselli, che ospitarono Mazzini - uccisi in Francia da sicari fascisti nel 1937. Carlo Rosselli, il più giovane e il più battagliero dei due, aveva combattuto nella guerra civile in Spagna e fondato il periodico antifascista "Giustizia e libertà".
Anche i rabbini italiani mantennero un contegno dignitoso di fronte alle sempre più insistenti pressioni delle Autorità: il rabbino Castelbolognesi fu espulso da Tripoli perché, operando secondo la legge e le tradizioni ebraiche, disubbidì al vicerè Balbo. Tutti i membri dell’Unione delle Comunità si dimisero all’inizio della campagna razziale (non ancora ufficiale); dopo che una delegazione italiana partecipò al Congresso antisemita di Erfurt nel 1937, venne pubblicato un coraggioso "Manifesto dei rabbini d’Italia ai loro fratelli", aperta rampogna agli ebrei italiani che seguendo altre ideologie si ritengono avulsi dal loro ceppo di origine.
Mussolini, autonominatosi "protettore dell’Islam", appoggiò gli Arabi di Palestina, inviando loro armi; si parlò di minaccia ai luoghi santi da parte del Sionismo, sostenuto dalla Gran Bretagna.
La situazione va peggiorò sempre più col graduale avvicinamento del Governo fascista a quello hitleriano; ma malgrado episodi di violenza che hanno profondamente scosso l’opinione pubblica (nel 1936 a Tripoli i capi della Comunità ebraica vengono fustigati nella pubblica piazza, per un ordine, degno delle più barbare tradizioni medioevali, impartito da Graziani perché gli Ebrei di Tripoli si rifiutavano di tenere i negozi aperti di sabato), Mussolini smentisce ufficialmente le voci, sempre più insistenti, provenienti dall’estero, di misure antisemite che il governo italiano andrebbe elaborando.
Il giornale "Regime Fascista" pubblicò regolarmente articoli antisemiti firmati: Farinacci (correva la voce che egli, notoriamente ignorante, firmasse articoli scritti da un altro), in cui si scagliavano contro gli ebrei le solite volgarissime calunnie e si addossava agli ebrei la responsabilità di tutte le sciagure che hanno colpito l’umanità nel corso dei secoli, chiedendo provvedimenti per mettere al bando della società questi elementi pericolosi. Altri giornali antisemiti: "Il Tevere", "Giornalissimo", " Quadrivio" vomitarono insulti e ignobili calunnie contro gli ebrei.

Nel maggio del 1938 Hitler venne a Roma per ricambiare la visita di Mussolini, e dà a quest’ultimo le più ampie assicurazioni che il confine del Brennero sarà rispettato. Ben presto si saprà in cambio di che cosa: una delegazione di esperti di razzismo giunse in Italia per istruire funzionari italiani su questa pseudo-scienza; ed il 14 luglio 1938 fu pubblicato il "Manifesto della razza", firmato da un gruppo di professori, di cui il più autorevole è Nicola Pende, in cui si sostiene l’assurda teoria della purità della razza italiana, prettamente ariana: quindi, gli ebrei sarebbero estranei e pericolosi al popolo italiano. In realtà, pochi popoli sono razzialmente così misti come il popolo italiano: l’Italia fu soggetta, nel corso della sua storia a continue invasioni, da nord e da sud. Nel febbraio dello stesso anno Mussolini smentì che il suo Governo volesse adottare misure antisemite. Contemporaneamente al "Manifesto della razza" fu lanciata (in data: 15 luglio 1938) un’edizione speciale dei "Protocolli"; e per sostenere e diffondere l’assurda teoria razziale, nuova per gli italiani, inizia le sue pubblicazioni una rivista:"La difesa della razza", diretta da Telesio Interlandi. Durante tutta l’estate del 1938 tutta la stampa italiana (non esiste stampa libera in Italia in questo periodo, e molti giornalisti gareggiano in servilismo verso il Regime) pubblicò articoli diffamatori contro gli ebrei preparando l’opinione pubblica a quella legge persecutoria che uscirà il 7 settembre 1938, di puro stampo nazista: tutti gli ebrei italiani sono messi al bando della vita pubblica; perfino le scuole sono precluse ai bambini ebrei.


1936/38 Ebrei in Italia: Vedi Tabella riassuntiva

Dopo un secolo di vita comune, senza alcuna distinzione fra Ebrei e Italiani, durante il quale tanti eletti ingegni di stirpe ebraica avevano dato il loro contributo alla cultura nazionale, avevano fatto onore all’Italia tenendone alto il prestigio fra gli studiosi stranieri; e tutti gli ebrei avevano dato costanti, indubbie prove di attaccamento alla terra natale, e tanti ebrei avevano combattuto per l’Italia, versando il loro sangue sui campi di battaglia, ora si ritornava alle interdizioni di prima dell'emancipazione, tanto più obbrobriose per l’Italia, in quanto imposte dall’alleato di Mussolini e disapprovate dalla stragrande maggioranza del popolo italiano.
Viene istituito un Ufficio demografico e di protezione della razza.
Il periodo 1938-1945 fu tragico per gli ebrei italiani (quelli che hanno la possibilità, emigrano: i più verso le Americhe, molti in Palestina); si registrarono molte abiure ed anche qualche "arianizzazione", ottenuta col presentare documenti falsi e forti somme di denaro. Ben pochi son quelli che fecero valere una legge, emanata ad hoc, secondo la quale era da considerarsi "ariano" l’ebreo che dimostrava di essere figlio di un adulterio.
Gli altri si adattarono a vivere al meglio, si organizzano in seno alle stesse Comunità e continuarono, malgrado le loro peggiorate condizioni, ad aiutare i fratelli d’oltralpe che dall’avvento di Hitler al potere affluirono numerosi in Italia, privi di mezzi e bisognosi di cure. Fu istituita la DelAsEm (Delegazione Assistenza Emigranti), una Società che servì ad assistere i profughi ebrei per ogni necessità.


Tratto da un volume (ormai esaurito) pubblicato nel 1961 dall'Histadruth Hamorìm (Associazione Insegnanti Ebrei d'Italia - Milano) a seguito di un seminario organizzato nel 1959 a Vigo di Cadore.
Parte di questo testo è stato prelevato da un sito internet e inserito come tale in questa ricerca.

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